Quasi 15 anni di PowerBook
Il 2006 non è solo l’anno del passaggio di Apple a processori Intel per i suoi Macintosh dopo un passato marchiato quasi costantemente all’insegna di Motorola ma segna anche la fine di un marchio, quello dei PowerBook.
Sostituiti a gennaio dai MacBook Pro, i PowerBook avrebbero festeggiato in ottobre quindici anni di attività. E’ infatti del 21 ottobre 1991 il lancio del primo rappresentante di questa famiglia: il PowerBook 100.
Progettato da Apple ed erede rivisto e corretto del costoso e pesante Mac Portable, il PB 100 fu un successo inaspettato per Apple, che l’aveva progettato in collaborazione con Sony e fu uno dei primi prodotti del nuovo responsabile del design Robert Brunner.
Al 100 seguirono numerosi altri Powerbook e il nome rimase anche quando per la prima volta i Macintosh nel 1994, cambiarono radicalmente processore ed architettura hardware, adottando quella RISC dei PowerPC sviluppati con IBM e Motorola.
La serie dei Powerbook si è interrotta con la serie di Aluminium di cui l’ultimo modello, il PowerBook G4 (Dual Layer SD) è uscito verso la fine del 2005 ed è stato sostituito in aprile dal MacBook Pro, identico nell’estetica.
L’evento, per la cui segnalazione si ringrazia Paolo Manna è stato aggiunto al calendario di Storie di Apple.
Immagine tratta dal libro “Apple Design”
Steve Capps: un genio in calzoncini
Poco noto ai più, Steve Capps è stato una figura cruciale nello sviluppo di ben due progetti storici di Apple: il Macintosh e il Message Pad (Newton), lasciando la sua impronta nella storia dell’informatica sia degli anni ’80 che degli anni ’90.
Formatosi al Rochester Institute of Technology e contemporaneamente impiegato presso la Xerox Corporatio, il corpulento, barbuto e sorridente Capps è entrato in Apple nel 1981 contribuendo prima alla nascita del Lisa e poi a quella del Mac, di cui fece parte del celebrato team originale, aiutando nello sviluppo del Finder.
Capps era amato e rispettato dai suoi colleghi tanto che nel 1983, in pieno rush finale per la realizzazione del Mac, lo festeggiarono con uno scherzo, lo “Steve Capps Day” in cui si presentarono tutti con la stessa buffa mise che contraddistingueva Steve: camicia bianca, pantaloncini corti di jeans e scarpe da tennis Vans a quadretti.
Dopo il lancio (ed il successo) del Mac Capps si guadagnò il titolo di prestigio di “Apple Fellow” e come tale dal 1987 al 1996 Capps fu l’ingegnere capo del progetto Newton, per cui stabili e guidò la realizzazione dell’interfaccia utente, coordinò gli sviluppatori e scrisse molta parti degli applicativi software inclusi. L’epopea del Newton è descritta con dovizia di particolari nel libro illustrato “Defying Gravity” in cui la figura di Capps emerge in tutta la sua genialità ed umanità e tra le foto ce ne sono alcune che mostrano Capps alle prese con gli ultimi problemi del primo prototipo da presentare al MacWorld e poi addormentato sul pavimento del backstage della fiera perché stremato dopo le notti in bianco.
Notevole è che nel 1986, tra il lavoro sul Macintosh e quello sul Newton, Capps si prese una “pausa estiva”.
Il risultato fu che scrisse in proprio tre software musicali per il Mac: Jam Session, Super Studio Session e SoundEdit, il primo editor audio grafico a larga diffusione che fu poi venduto e reso ulteriormente celebre da Macromedia.
Nel 1996 Capps lasciò Apple per l’avversaria Microsoft, dove è rimasto fino al 2001: il suo ruolo fu di “user interface architect” e contribuì alle funzioni di Ricerca, History e Favoriti di Internet Explorer.
In seguito Capps ha lavorato come libero professionista fondando la Onedotzero, che “sviluppa interacce utente, software e hardware e fornisce servizi per rendere la comunicazione più facile, completa e personale”. Non stentiamo a crederlo.
Immagini tratte da www.folklore.org e dal libro “Defying Gravity”
Linux su Mac (1): come, quando e perche’
(continua dall’introduzione)
E’ opinione comune che sino al rilascio di Mac OS X i computer Macintosh e UNIX fossero due universi separati e senza punti di contatto.
Se è vero che la filosofia del sistema operativo di Apple è stata per circa 15 anni agli antipodi e tuttora mantiene molte scelte, obiettivi e principi opposti, se si indaga meglio si scopre che la storia del computer “for the rest us” si è più volte intrecciata con quella di sistemi operativi di tipo UNIX. Questa storia, poco nota ai più, annovera non solo software e strumenti vari ma almeno due versioni di Unix tout court (l’A/UX prodotto da Apple stessa e l’AIX adattato da IBM), le “aggiunte” della Tenon Intersystems, numerose proposte targate *BSD e, sopratutto, ci mostra una disponibiltà di OS di tipo GNU/Linux che, seppur timidamente, parte sin dalla seconda metà degli anni ’90.
Ma qual’è il motivo che ha spinto vecchi possessori di computer Apple (e incoraggiato nuovi utenti), ad usare un sistema operativo di tipo GNU/Linux invece di una consolidata e riuscita combinazione di hardware e software tutta targata Cupertino?
I motivi possono essere molteplici.
Le prime ragioni, prevedibili, sono legate alla curiosità ed alla voglia di indagare ed apprendere un nuovo ambiente operativo, che nell’ultimo decennio ha guadagnato sempre più terreno a livello mondiale. Gli utenti Macintosh possono tuffarsi nel mondo Linux e in quello Unix in generale con un investimento economico minimo, facendo girare una distribuzione sull’hardware che hanno già.
D’altro canto è vero che con l’avvento di Mac OS X le ragioni per usare Linux sono diminuite: gli smanettoni *nix in erba e non hanno l’imbarazzo della scelta grazie alla base BSD, all’implementazione di un server X-Windows e ai sistemi di porting come Fink e darwinports (ora MacPorts.
E’ poi innegabile che non tutti i Mac all’epoca dell’introduzione ufficiale di Mac OS X erano pienamente compatibili nè adatti: il sistema richiedeva e richiede tutt’ora risorse non indifferenti. In alcuni casi, perciò, Linux può rappresentare una scelta valida come sistema operativo produttivo, supportato e aggiornabile. Altro motivo per adottare Linux su Macintosh può essere quello di uniformare l’uso in situazioni di hardware misto come in aziende, centri di ricerca o scuole.
E ancora: le macchine Apple, nonostante le eterne polemiche relative ai prezzi “alti”, godono in generale di buona fama in quanto a qualità dei componenti, della realizzazione, dell’integrazione e del design.
Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del decennio successivo sono stati molti gli utenti provenienti dal mondo x86 che hanno optato per un portatile Apple G3 o G4, approfittando di caratteristiche come dimensioni compatte, una lunga durata della batteria, l’adozione diffusa del protocollo wireless ed in generale dotazioni che non fanno rimpiangere troppo le macchine desktop. Questo anche grazie alla presenza nei Macintosh, sin dal 1994, di CPU di tipo RISC, che fino all’avvento dei G5, consumavano e scaldavano poco e che avevano il fascino addizionale -da non trascurare- di essere accomunati ad un’architettura di processori con un lungo e glorioso passato in ambito Unix (Digital, Sun, HP, IBM).
(continua nella seconda parte)
Linux su Mac (0) – introduzione
Oggi pubblichiamo su Storie di Apple la prima parte di una storia di Linux su Macintosh e più esattamente su hardware Apple Mac processori 68k e PowerPC.
I motivi per cominciare ora questa disamina -che ci accompagnerà per alcune settimane- e cercare di completarla entro la fine dell’anno sono due.

Il primo motivo è che domani, 28 ottobre 2006, in varie città italiane, si terrà il Linux Day 2006. E’ un appuntamento ormai rituale per gli appassionati del sistema operativo e del software libero ed aperto e una parte minoritaria ma non trascurabile di questi appassionati -tra cui l’iniziatore Linus Torvalds- usa una delle incarnazioni di GNU/Linux su macchine prodotte da Apple.
Il secondo motivo è che il 2006 ha segnato il passaggio -epocale- di Apple a CPU di Intel: è un’occasione per ripercorrere la nascita e l’evoluzione dei Linux sull’hardware precedente dei Macintosh, tra versioni ufficiali, sforzi indipendenti e altri retroscena noti e non.
(continua nella prima parte)
