Virginia Tech, i Macintosh e UNIX
All’inizio del settembre 2003 si guadagnò l’attenzione della stampa l’acquisto di ben 1.100 G5 con due processori a 2 GHz da parte dell’Università Virginia Tech. Lo scopo era la costruzione (a prezzi concorrenziali rispetto alle altre offerte) di System X, un Terascale Cluster e cioé una batteria di computer per elaborazioni particolarmente esigenti nel dipartimento di Informatica.
La scelta dell’università della Virginia fu usata a fini promozionali da Apple per spingere la sua (allora nuova) offerta di hardware con processori G5 e la partnership venne confermata due anni dopo, nel 2005, quando il Virginia Tech aggiornò l’hardware con nuovi e più potenti Xserve G5 a 2.3GHz.
A indagare meglio si scopre però che quella del 2003 non è la prima collaborazione tra l’istituzione e l’azienda di Cupertino. Già nel 1985 il dipartimento di informatica fu tra le prime istituzioni a sostenere l’uso del Macintosh in ambito accademico.
All’epoca il Virginia Tech, come si apprende da una serie di pubblicazioni sponsorizzata da Apple chiamate Wheels For The Mind, in particolare per i suoi corsi sul sistema operativo Unix System V e sui linguaggi C, FORTRAN e Pascal scelse il Macintosh. Il modello esatto per la precisione era il Macintosh XL, che non era altro che il Lisa riattrezzato a Mac tramite una soluzione software, che andava a sostituire l’uso da parte degli studenti di mainframe VAX 11/70.
Immagine tratta da www.apple.com/science/profiles/vatech2/
Yves Béhar: dal Mac al portatile da 100 dollari
Una carriera notevole quella del designer Yves Béhar: tra i suoi clienti ci sono nomi prestigiosi come Mini, Birkenstock, Johnson & Johnson, Nike, Nissan e Target. Ma anche Microsoft, Hewlett Packard, Toshiba, Silicon Graphics e Apple.
Behar è nato nel 1967 in Svizzera, dove è cresciuto, da padre turco e madre tedesca ed ha studiato industrial design prima in Europa e poi negli Stati Uniti, dove ha ottenuto un diploma dal College of Design di Pasadena. Nel 1999 ha fondato lo studio Fuseproject tramite cui realizza gran parte dei suoi lavori e studi.
Anche se non risulta che abbia firmato in prima persona alcun prodotto con la mela mordicchiata Behar nei primi anni ’90 ha fatto parte di ben due seminali studi di design cruciali nella storia di Apple. Behar fu membro prima del frog design di Helmut Esslinger e poi del gruppo che ne raccolse il testimone, Lunar Design di Robert Brunner.
Tra i lavori realizzati da Behar non per Apple ma comunque in ambito informatico ci sono inoltre due computer di primo piano: la workstation 02 per Silicon Graphics e più recentemente l’OLPC, il notebook per gli studenti dei paesi in via di sviluppo ideato da Nicholas Negroponte e noto anche come “portatile da 100 dollari”.
Immagine tratta da www.wired.com
Avvertenze per l’uso
Ieri 18 ottobre 2007 Storie di Apple ha compiuto un anno.
Mentre c’è chi come Koolinus ha celebrato l’anniversario con un panegirico (grazie!) qui si è rimasti in silenzio perché ferve il lavoro sui prossimi testi, tra cui un’altra intervista esclusiva (ciao Drew!).
Più che fare considerazioni o fornire statistiche di seguito trovate qualche informazione generale per godervi meglio questo sito ed i suoi contenuti.
- Non vi aspettate una cadenza necessariamente regolare nelle pubblicazioni: Storie di Apple non si considera un blog ma piuttosto un archivio che pubblica ed accumula testi, informazioni ed aneddoti spesso e volentieri legati ad eventi e anniversari. È per questo che a volte capita di addensare svariati articoli in pochi giorni (come nel caso del decennale di Rhapsody) ed altre di rimanere in silenzio per un po’.
- I momenti di quiete non vogliono necessariamente dire che Storie di Apple sia fermo: oltre al lavoro di ricerca, verifica e infine stesura dei pezzi (o delle interviste) in svariati casi sono stati corretti, integrati o espansi in maniera discreta vecchi articoli per fornire un quadro il più preciso e corretto della storia di Apple e del mondo che le ruota intorno.
Non date perciò per scontato di aver letto tutto e ogni tanto riavventuratevi nel passato rileggendo i testi su questo sito che spesso crescono di rilevanza e si incastrano con altri in un puzzle “made in Cupertino”. - Anche se Storie di Apple non si considera un blog interagisce spesso e volentieri con la cosiddetta “blogosfera”. Un ringraziamento ed un saluto va quindi a chi ci ha inserito nel suo blogroll (come il citato Koolinus, o gli amici iPodJournal, Melablog o Zeronave ma non solo) e magari fa riferimento a Storie di Apple e vi indirizza i suoi lettori. La speranza è di meritare il link continuando a fornire informazioni interessante e complementari alle news, segnalazioni e recensioni che appaiono altrove.
Rapsodia di una migrazione: la folle corsa
Un dato importante è che la disponibilità di una DR1 prima sul palco del WWDC a settembre e poi nelle mani degli sviluppatori terzi a ottobre del 1997 fu il risultato di una serratissima tabella di marcia a Infinite Loop.
Per ricostruire gli sforzi fatti ed il clima frenetico ci viene in aiuto una preziosa testimonianza dal già citato Eryk Vershen che finì per essere coinvolto direttamente nello sviluppo di Rhapsody:
A Michael Burg fu assegnato il ruolo di sviluppatore capo per il porting di OpenStep su PowerPC perché era l’unica persona in Apple o NeXT che avesse una lunga esperienza sia con Mach che PowerPC. Ma Michael, esausto, diede le dimissioni nel gennaio 1997.
A questo punto toccò a me perché anche se non avevo molta esperienza con Mac e PowerPC ero disponibile e avevo molta esperienza con Unix e lo sviluppo di nuovi sistemi [operativi] su hardware nuovo.
C’erano diversi sforzi che procedevano in parallelo: io e Umesh Vaishampayan (di NeXT) avevamo il compito di fare il porting della versione più recente di OpenStep su PowerPC, cosa che facemmo perlopiù approfittando di tutto ciò che si poteva da MkLinux. Nel frattempo una squadra di gente di NeXT convertiva OpenStep dal BSD 4.3 al 4.4 e una squadra Apple lavorava alla Blue Box (e cioé Mac OS emulato come singolo processo). Umesh ed io eravamo stati incaricati di creare un kernel più o meno stabile il più presto possibile così che il team della Blue Box potesse avere qualcosa per fare dei test.
Mentre Umesh ed io mettevamo insieme qualcosa più velocemente che potevamo, una squadra più numerosa veniva creata come nostro supporto per aggiustare e rifinire tutte le cose che stavamo ignorando nella nostra folle corsa verso un prompt. In qualche modo riuscimmo a mettere tutto insieme in tempo per il WWDC.
Io finii per lasciare Apple nel 1998, ormai esausto.

C’erano diversi sforzi che procedevano in parallelo: io e Umesh Vaishampayan (di NeXT) avevamo il compito di fare il porting della versione più recente di OpenStep su PowerPC, cosa che facemmo perlopiù approfittando di tutto ciò che si poteva da