MacCharlie, una fetta di IBM per il Macintosh
Sin dall’esordio del Macintosh una delle spine nel fianco per gli utenti e l’azienda di Cupertino è stata la “compatibilità” con la piattaforma PC di IBM.
Lanciato nel 1981 era diventato velocemente il punto di riferimento per il nascente mercato del personal computer. Questo nonostante il primato storico di Apple con l’Apple II e la netta superiorità tecnologica dei prodotti che seguirono come il Lisa ed il Macintosh. Nelle prime recensioni del Mac sulle riviste di informatica tra le critiche compariva spesso e volentieri proprio la sua “non compatibilità”.
Nel corso dei decenni succesivi furono perciò presentate, sia da parte di Apple che di produttori indipendenti, varie soluzioni, prima hardware e poi software, per ridurre o azzerare questo svantaggio.
Uno dei primi e più originali prodotti in assoluto portava il nome di MacCharlie e venne mostrato in forma di prototipo nell’aprile del 1985 al Comdex e reso poi disponibile nel maggio dello stesso anno.
MacCharlie, che faceva riferimento al Charlie Chaplin usato inizialmente come testimonial di “Big Blue”, era una soluzione mista di “co-processore”, adattatore per tastiera e software creati dalla Dayna Communications, Inc. di Salt Lake City e permetteva ai Mac 128k e 512k di accedere e controllare il sempre più ampio parco di programmi MS-DOS per IBM e compatibili. (more…)
Il Pismo
Noto ufficialmente come “PowerBook (Firewire)” il Pismo è stato presentato nel febbraio 2000 ed è l’ultimo dei portatili professionali basati sul processore G3.
Il suo erede sarà infatti il PowerBook G4 con cui Apple abbandonerà definitivamente l’uso dellle forme svasate, del colore nero e della plastica sui modelli di fascia alta nonché il sistema di espansione tramite moduli laterali intercambiabili e estraibili.
Evoluzione del precedente PowerBook G3 (Bronze keyboard), noto come Lombard, il Pismo -il cui nome in codice è un omaggio alla città di Pismo Beach in California- ne ripropone forme, dipensioni e soluzioni ma prosegue l’evoluzione verso nuove tecnologie, in particolare nella connettività.
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Robert Brunner, l’angelo del design
Il rischio di Robert “Bob” Brunner è quello di passare alla storia come “l’uomo che ha assunto Jonathan Ive”, come ha ironizzato lui stesso in pubblico. Forse proprio per questo vale la pena ricordare e sottolineare i meriti innegabili del biondissimo ed occhialuto progettista, meriti che lo fanno rientrare di diritto tra i designer più importanti della storia di Apple se non dell’informatica degli ultimi vent’anni.
Nato nel 1955 e figlio di un ingegnere della IBM, Brunner ha collaborato con Apple sin dalla fine degli anni ‘80 anzitutto come titolare dello studio Lunar Design e poi come responsabile in capo dell’IDG (Industrial Design Group) a Infinite Loop dal 1990 al 1996, dove ha apposto la sua firma su numerosi prodotti chiave dell’azienda.
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I primati del PowerBook serie 500
Ci sono momenti nella storia di Apple in cui sono state fatte delle scelte nuove che hanno anticipato radicalmente i tempi o mostrato strade diverse. È sicuramente merito della dimensione di Apple ma anche di una cultura insita all’azienda, che sin dai tempi di Wozniak ha operato scelte spesso coraggiose e insolite rispetto al resto del mercato. Esempi sono l’adozione dei floppy da 3,5 e poi nel 1997 la loro dismissione o l’adozione della SCSI nei primi Macintosh e la scelta di passare, in occasione del lancio dell’iMac, alle connessioni USB per tutte le periferiche.
Uno di questi momenti di innovazione è rappresentato dall’introduzione del Powerbook serie 500 nel maggio 1994.
Sviluppato con il nome in codice “Blackbird”, il 500, disponibile in cinque varianti (di cui una esclusiva per il Giappone), vanta vari primati rispetto alla concorrenza ma anche ai Mac portatili che lo hanno preceduto.
