Il sorprendente successo dell’iPod mini

 Articolo pubblicato il 02/07/2010 che parla di Design,Hardware 

iPod mini - pinkL’iPod mini venne lanciato da Apple nel gennaio 2004 al Macworld e presentato come “il più piccolo player musicale portatile in grado di contenere fino a 1000 canzoni in qualità CD”.

Il mini venne messo in vendita negli Stati Uniti alla fine di febbraio ma arrivò nel resto del mondo (Italia inclusa) solo a luglio, e non in aprile come originariamente annunciato, a causa di uno strabiliante successo che tra le altre cose lo rese il modello in assoluto più venduto tra tutti gli iPod.


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In un comunicato stampa di febbraiosi poteva leggere che Apple aveva avuto “oltre 100’000 preordini” e Philip Schiller, Senior Vice President del Worldwide Product Marketing, affermò che la risposta del pubblico era stata al di là di ogni previsione. L’accoglienza riservata all’iPod mini sembrò lasciare di sorpresa anche Apple che aveva ideato il mini per insidiare il settore dei riproduttori di fascia alta basati su memorie flash.

Alla fine di marzo l’azienda dovette diffondere un altro comunicato in cui avvisava di aver posticipato a luglio la data di disponibilità internazionale “in seguito alla fortissima domanda di iPod mini negli Stati Uniti, superiore alle attese, che ha superato di molto le forniture pianificate fino alla fine di giugno”. Nello stesso comunicato Tim Cook, Executive Vice President Worldwide Sales and Operations, precisava che “iPod mini aumenta il successo di iPod, che è già il lettore di musica digitale più famoso e venduto al mondo.”

Un’occhiata alle statistiche dell’epoca rende ancora più evidente l’effetto dell’iPod mini sulle fortune di Apple.
In meno di tre anni l’azienda cofondata da Steve Jobs aveva conquistato il 31% del mercato statunitense di player mp3. Grazie all’iPod mini durante il 2004 la percentuale di mercato crebbe ben oltre le stime e nel gennaio 2005 era più che raddoppiata, arrivando al 65%.
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P.A. Semi ed Apple: storia di un matrimonio rimandato

 Articolo pubblicato il 02/04/2010 che parla di Hardware,Lo sapevate che...,Personaggi 

Furono in molti a stupirsi quando nell’estate del 2005, sul palco della World wide Developer Conference (WWDC), Steve Jobs annunciò il passaggio dei Macintosh da processori RISC PowerPC di IBM ai Core Duo di Intel, evoluzione dei criticati e sbeffeggiati Pentium.

Logo della PA SemiLo stupore più grande in assoluto fu però quello di un gruppo di sviluppatori di microchip che nei giorni seguenti si aggirarono nei corridoi di Infinite Loop in preda a shock. Si trattava del personale della P.A. Semi, un’azienda di Palo Alto (da cui le iniziali nel nome) giovane e piccola ma con un pedigree prestigioso che stava collaborando con Apple su una futura evoluzione dei PowerPC.

Come riferì nel 2006 The Register, gli sviluppatori erano all’opera da mesi ed avevano unito le loro forze a quelle di Apple. L’obiettivo era quello di capire se Mac OS X poteva essere oggetto di un porting sui nuovi microprocessori della Semi. Quando arrivò la notizia che l’azienda di Cupertino aveva raggiunto un accordo con Intel, la sorpresa fu tanta e foriera di problemi: come affermò una persona informata dei fatti “la P.A. Semi ci contava proprio” e dopo il passaggio ad Intel “non avevano alcuna idea di cosa sarebbe successo”. Lo sapeva invece Apple, e molto bene, ma prima di arrivare alla conclusione facciamo un passo indietro.

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Braeburn Capital, la mela fruttifera di Apple

 Articolo pubblicato il 17/11/2009 che parla di Lo sapevate che... 

Digitando l’indirizzo braeburncapital.com si viene reindirizzati al sito web di Apple, apple.com

Come mai?
Cos’è questa Braeburn Capital?
In che rapporti è con Apple?

Per avere una risposta a queste domande basta andare ad interrogare un servizio di WhoIs e consultare i dati relativi a braeburncapital.com.
Si scopre così che il dominio risale all’ottobre 2005 mentre alla voce “Registrant” si legge:

        Apple Inc.
        1 Infinite Loop
         Cupertino CA 95014
        US

e sotto “Technical Contact” compare:

        c/o Apple Computer Treasury
        Braeburn Capital, Inc.
        1 Infinite Loop
         Cupertino CA 95014
        US


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Nuove mani di Cupertino

 Articolo pubblicato il 10/09/2009 che parla di Design 

Dopo “Le mani di Cupertino” e “Altre mani di Cupertino” ecco nuovi esempi dell’iconografia promozionale Apple tutta incentrata sull’interazione “manuale” con suoi prodotti.

Le immagini qui contenute sono tutte relative al rinnovo della linea iPod nei primi di settembre 2009.

iPod nano September 2009 - videorecording

iPod nano September 2009 - coverflow


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“The Perfect Thing”

 Articolo pubblicato il 30/01/2009 che parla di Letture,Personaggi 

“The Perfect Thing: How the iPod Shuffles Commerce, Culture, and Coolness”
Autore: Steven Levy
Editore: Simon & Schuster
Altre informazioni: 304 pp
Lingua: inglese
Disponibile in versione cartacea su Amazon, formato digitale
per Kindle e per i dispositivi Apple su su iBooks Store.

Il libro è stato tradotto (con qualche incertezza) anche in italiano e pubblicato da Sperling & Kupfer solo in versione cartacea come “Semplicemente perfetto”.

The Perfect Thing: How the iPod Shuffles Commerce, Culture, and Coolness Il nome di Steven Levy dovrebbe essere familiare agli appassionati di Apple oltre che a quelli di informatica. Suo è il memorabile “Insanely Great” e con questo libro del 2007 ha affrontato un altro, più recente mito targato Apple, quello dell’iPod.

In “The Perfect Thing”, Levy ricostruisce la genesi dell’iPod dalla progettazione fatta in gran segreto alla trasformazione del lettore in un fenomeno culturale e commerciale di massa.

Particolarmente affascinante è l’attenzione prestata ai “padri dell’iPod” ed in generale all’evoluzione della tecnologia degli mp3 player e della musica digital online. Abbiamo così una ricostruzione del ruolo di Tony Fadell e Jon Rubinstein, dell’acquisizione di Sound Jam e la trasformazione in iTunes ma anche informazioni storiche sui primi walkman digitali come il Diamond Rio e chiacchierate con pionieri come Michael Robertson.

Il libro scorre ed è discretamente avvincente, costellato di curiosità e retroscena, risultando leggibile sia tutto d’un fiato che per capitoli. Levy inoltre prova ad andare al di là della mera storia dell’iPod, soffermandosi sulla funzione pseudo-casuale Shuffle o sul rapporto personale degli utenti con l’iPod. Purtroppo il risultato non è dei migliori e invece di arricchire il quadro queste parti risultano delle simpatiche ma tutto sommato superflue divagazioni in un libro per il resto di buon livello.

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Paul Mercer

 Articolo pubblicato il 06/11/2006 che parla di Hardware,Personaggi,Software 

A 38 anni Paul Mercer è un libero professionista veterano del Mac e di Apple.
La sua specialità? Sistemi operativi. La sua passione? Sistemi operativi per dispositivi portatili.

“Il mio obiettivo di sempre è di prendere la tecnologia del Mac e di diffonderla in altri ambienti”

una foto recente di Paul MercerMercer, che Steve Capps ha definito come un “ingegnere software insolitamente attento ai dettagli” e di cui ha lodato la capacità di progettazione di software snello, ha lavorato prima al Finder del System 7 (poi rinominato Mac OS per questioni di licenza) che, una volta uscito da Apple, all’iPod tramite l’azienda da lui fondata, la Pixo.

Mercer si è formato in informatica alla Syracuse University e realizzando programmi per il Mac si è guadagnato l’interesse e poi l’assunzione da parte di Apple. Qui è rimasto per sette anni, dal 1987 al 1994 arrivando al ruolo di co-responsabile dello sviluppo del Finder.

Ma l’interesse di Mercer già allora era per i dispositivi portatili.
Nei primi anni della Apple del post-Jobs Mercer esplorò, sotto l’egida di Sculley, due progetti dal nome in codice Swatch e Pen Mac (detto anche Folio) di computer palmari. Nei primi anni Novanta, in largo anticipo sull’uscita di Newton, Palm Pilot o sulle idee di General Magic, pare che Mercer abbia mostrato a dirigenti un prototipo funzionante dello Swatch su cui girava software Mac-like. Sculley rimase intrigato ma gli altri e nello specifico Larry Tesler -veterano del PARC in forze ad Apple- non gradirono: le energie e gli investimenti dell’azienda erano puntati tutti sul Newton, capitanato da Tesler, con in ballo vitali accordi di licenza. A Mercer fu quindi chiesto di lasciar perdere e di unirsi al team che lavorava sul Newton, cosa che fece fino al 1994, anno in cui lasciò Apple. E fondò la Pixo.

Negli anni seguenti Pixo è cresciuta sino ad avere un centinaio di dipendenti ed a collaborare con aziende prestigiose. Quando è stata venduta a Sun, tra il 2003 e il 2004 Mercer non c’era più. Nel 2000 se n’era andato per fondare la Iventor, volutamente più piccola ma anche coesa, con l’obiettivo dichiarato di sviluppare software per i lettori Mp3 per clienti come Samsung, per cui ha lavorato sul lettore Z3.

Foto di Chris Hardy tratta da www.sfgate.com

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Buon compleanno, iPod!

 Articolo pubblicato il 23/10/2006 che parla di Eventi,Hardware,Personaggi 

Oggi il riproduttore digitale di Apple compie cinque anni di vita.

I festeggiamenti in realtà sono cominciati da un po’ ma gli auguri andrebbero fatti oggi. La data di nascita dell’erede “made in Cupertino” del walkman è il 23 ottobre 2001, come recita il comunicato stampa originale in inglese. La disponibilità effettiva nei negozi invece fu solo nel mese successivo, per la precisione il 10 novembre.

5 anni di iPodL’arco temporale 2001-2006 costituisce per Apple un periodo denso di eventi e sopratutto di successi targati iPod, arrivati più volte a sorpresa e smentendo critiche e perplessità.
Due casi eclatanti di accoglienza inzialmente tiepida o proprio fredda sono costituiti dal primo iPod, nome in codice “Dulcimer”, e dalla linea degli iPod mini. Definiti inutili, costosi, limitati come funzioni furono però vendutissimi e contribuirono alla iPod mania, fenomeno mondiale tutt’ora in corso che ha accresciuto introiti e visibilità del marchio Apple permettendole di diventare l’erede della Sony e di mettere un piede nell’elettronica di consumo e nella distribuzione digitale di musica.

Chi si aspetta qualche tipo di celebrazione da parte di Apple rimarrà molto probabilmente deluso: l’azienda non ha festeggiato nemmeno il suo trentennale, nell’aprile del 2006 e guarda avanti a nuovi modelli e a nuovi mercati, chiave del successo dell’iPod rispetto alla concorrenza di inseguitori. A suo modo però Apple permette di ripercorrere la storia dell’iPod con una nota tecnica pubblicata sul suo sito in questi giorni che elenca i diversi modelli succedutisi sino ad oggi. In ordine cronologico inverso si va dal primo iPod con disco da 5 GB, schermo monocromatico, controlli meccanici e connessione esclusivamente Firewire all’attuale e superminimale Shuffle di seconda generazione e per i più curiosi esiste anche una guida alle connessioni e controlli dei ben 30 modelli che testimonia la costante ricerca sul design dei riproduttori digitali.

Tony FadellSe Apple non pare mostrare alcun tipo di emozione per l’anniversario probabilmente non è così per chi l’iPod lo ha ideato.
Il nome che si fa più spesso è quello di Tony Fadell che la leggenda vuole demiurgo dell’iPod in virtù della sua esperienza con palmari presso Philips e General Magic, iniziativa finanziata da Apple stessa.
John RubinsteinAltri invece obiettano candidando piuttosto Jon Rubinstein fino a pochi mesi fa vicepresidente Apple responsabile dell’Hardware Engineering che a Fadell diede l’incarico di sviluppare il fortunato lettore. Certo è che la posizione raggiunta da Fadell nell’organigramma cupertiniano, dove dall’aprile di quest’anno è vice presidente senior della divisione iPod è un indice significativo della sua importanza storica.

Citiamo anche la tesi di Leander Kahney, autore dei libri “The Cult of Mac” e “The Cult of IPod” che suggerisce di usare il plurale e parlare di genitori dell’iPod. Secondo Kahney la creazione dell’iPod è stata un lavoro di gruppo e evidenzia il ruolo di varie figure dentro ma anche fuori Apple. Quindi Fadell e Rubinstein ma anche la Toshiba, con i suoi primi dischi da 1,8 pollici, e la startup PortalPlayer, da cui l’azienda di Cupertino comprò gli schemi elettronici di riferimento che modificò per creare l’iPod.

Johnatan IveDa non sottovalutare l’apporto del designer Jonathan Ive, quello di Steve Jobs, che diede l’ok a Rubinstein per il progetto e supervisionò la trasformazione del programma Sound Jam MP in iTunes oppure quello di Phil Schiller, il braccio destro di Jobs, che pare abbia suggerito l’uso della ruota come controllo delle funzioni, da cui la tanto imitata “click wheel”, la ghiera cliccabile dell’iPod.

Steve JobsParticolare meno noto ma non trascurabile infine è che l’interfaccia utente di Apple, quella per cui Jobs & C. hanno dovuto riconoscere la paternità e versare a Creative 100 milioni di dollari poggia sull’opera di Paul Mercer e della Pixo, di cui sicuramente riparleremo in futuro.

Foto tratte da www.apple.com

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