Il PPC 603e: dai Mac allo spazio
La seconda generazione di processori PowerPC esordì nell’aprile del 1995 con l’arrivo del Power Macintosh 5200 LC: era dotato di un nuovissimo chip PPC 603 a una frequenza di 75MHz, una cache di primo livello di 8kB e un bus da 37,5 MHz.
Il 5200 -insieme al più potente 6200 di maggio- rimase però uno dei pochi modelli di Mac e utilizzare il PowerPC 603 nella sua versione originale. Si scopri infatti che la cache ridotta di cui era dotato processore non andava per nulla d’accordo con il sistema operativo dei Macintosh. Il Mac OS all’epoca era in buona parte composto da codice per i processori 68000 e veniva emulato: con poca cache le performance erano pessime tant’è che i primi Mac con il 603 si guadagnarono una cattiva fama.
Il problema venne risolto creando una variante del processore, il PPC 603e, con una cache aumentata a 16Kb (la stessa dimensione dei PPC 601) e la possibilità di spingersi a 200MHz e in seguito sino a 300 MHz dal massimo originario di 120MHz. Queste caratteristiche permisero uno sfruttamente molto più lungo e esteso del processore e l’impiego dei PowerPC sui portatili.
Così nell’agosto 1995, al Macworld Expo di Boston, Apple presentò, tra gli altri, il PowerBook 5300 e il PowerBook Duo 2300, due computer agli antipodi come concezione e target ma accomunati da un hardware sostanzialmente identico.
Da un lato c’era l’ambizioso ma sfortunato successore della serie 500 e dall’altro c’era un ultimo colpo di cosa della minimale linea Duo: entrambi, però, avevano la stessa scheda madre con sopra lo stesso processore, un PowerPC 603e a 100 MHz.
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Il Pismo
Noto ufficialmente come “PowerBook (Firewire)” il Pismo è stato presentato nel febbraio 2000 ed è l’ultimo dei portatili professionali basati sul processore G3.
Il suo erede sarà infatti il PowerBook G4 con cui Apple abbandonerà definitivamente l’uso dellle forme svasate, del colore nero e della plastica sui modelli di fascia alta nonché il sistema di espansione tramite moduli laterali intercambiabili e estraibili.
Evoluzione del precedente PowerBook G3 (Bronze keyboard), noto come Lombard, il Pismo -il cui nome in codice è un omaggio alla città di Pismo Beach in California- ne ripropone forme, dipensioni e soluzioni ma prosegue l’evoluzione verso nuove tecnologie, in particolare nella connettività.
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Robert Brunner, l’angelo del design
Il rischio di Robert “Bob” Brunner è quello di passare alla storia come “l’uomo che ha assunto Jonathan Ive”, come ha ironizzato lui stesso in pubblico. Forse proprio per questo vale la pena ricordare e sottolineare i meriti innegabili del biondissimo ed occhialuto progettista, meriti che lo fanno rientrare di diritto tra i designer più importanti della storia di Apple se non dell’informatica degli ultimi vent’anni.
Nato nel 1955 e figlio di un ingegnere della IBM, Brunner ha collaborato con Apple sin dalla fine degli anni ’80 anzitutto come titolare dello studio Lunar Design e poi come responsabile in capo dell’IDG (Industrial Design Group) a Infinite Loop dal 1990 al 1996, dove ha apposto la sua firma su numerosi prodotti chiave dell’azienda.
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I primati del PowerBook serie 500
Ci sono momenti nella storia di Apple in cui sono state fatte delle scelte nuove che hanno anticipato radicalmente i tempi o mostrato strade diverse. È sicuramente merito della dimensione di Apple ma anche di una cultura insita all’azienda, che sin dai tempi di Wozniak ha operato scelte spesso coraggiose e insolite rispetto al resto del mercato. Esempi sono l’adozione dei floppy da 3,5 e poi nel 1997 la loro dismissione o l’adozione della SCSI nei primi Macintosh e la scelta di passare, in occasione del lancio dell’iMac, alle connessioni USB per tutte le periferiche.
Uno di questi momenti di innovazione è rappresentato dall’introduzione del Powerbook serie 500 nel maggio 1994.
Sviluppato con il nome in codice “Blackbird”, il 500, disponibile in cinque varianti (di cui una esclusiva per il Giappone), vanta vari primati rispetto alla concorrenza ma anche ai Mac portatili che lo hanno preceduto.
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