Storie di innovazione – Intervista a Andy Hertzfeld

 Articolo pubblicato il 11/01/2011 che parla di Personaggi 

Sviluppatore, hacker, ma anche instancabile divulgatore, Andy Hertzfeld è stato parte importantissima del team originario che sviluppò il Mac nei primi anni ‘80.

Revolution In The Valley: The Insanely Great Story of How the Mac Was MadeInsieme a Bill Atkinson è uno dei padri del cuore software del computer “for the rest of us” ma altrettanto importanti sono l’entusiasmo con cui all’epoca coinvolse altri professionisti nel progetto (tra cui Susan Kare) e con cui nel corso degli anni -nonostante la vita professionale lo abbia allontanato da Apple- ha proseguito a documentare e valorizzare il lavoro che portò alla “rivoluzione” del Macintosh.

In occasione del quarto di secolo del Mac abbiamo contattato Andy, che ha subito accettato di rispondere a qualche domanda sul suo ruolo in Apple e sul rapporto che ha con il lavoro fatto per l’azienda.
Ringraziandolo per la disponibilità e generosità, eccovi di seguito lo scambio.

Storie di Apple: Quale è il ricordo più bello rimastoti del lavoro fatto sul Macintosh?

Andy Hertzfeld: Probabilmente i ricordi più belli sono quelli legati al giorno del lancio, che è stato il culmine di tre anni di duro lavoro e del giorno in cui il Mac è arrivato nei negozi, diventando qualcosa di reale anche per il resto del mondo. Ma ci sono tanti altri bei ricordi, molti dei quali sono nel mio libro (vedi ad esempio “You Guys Are in Big Trouble”).

SdA: Ritieni che l’offerta attuale di Macintosh abbia ancora ualcosa a che fare con lo spirito originario del Mac?

Hertzfeld con Atkinson, Tribble e JobsAH: Certo. Penso che lo spirito singolare del Mac originale sia ancora presente nelle macchine attuali. Uno dei motivi evidenti è Steve Jobs: i suoi forti valori permeano il primo Macintosh tanto quanto gli attuali. Ma anche nella metà degli anni ’90, prima che Steve tornasse in Apple, i Mac dell’epoca avevano ancora molto del carattere ribelle e giocoso dell’originale.

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Documentare il Macintosh – Intervista a Caroline Rose

 Articolo pubblicato il 10/01/2011 che parla di Personaggi 

Caroline Rose è entrata nel team di sviluppo del Macintosh nel giugno 1982.
Caroline Rose at DevelopAnche se non compare in nessuna delle foto ufficiali, interviste o materiale promozionale dell’epoca, i suoi meriti nel campo dello sviluppo del software per Macintosh sono indiscutibili e celebrati in più occasioni.

Caroline ha ricoperto il ruolo di redattrice tecnica del Mac presso Apple, supervisionando e in gran parte scrivendo in prima persona i primi tre tomi di “Inside Macintosh“, la guida ufficiale rivolta agli sviluppatori terzi di software uscita nel 1985. Il suo approccio sistematico e la ricerca della massima chiarezza hanno inoltre giovato anche agli sviluppatori Apple, alcuni dei quali, in seguito alle domande e osservazioni di Caroline, hanno riscritto parti del loro software migliorandolo notevolmente.

Dopo aver lasciato Apple nel 1986 è stata presso NeXT, dove ha curato il lato editoriale, ed in seguito è tornata a Infinite Loop per assumere la direzione di una rivista per sviluppatori di software per Mac. Negli ultimi anni lavora come autrice e redattrice freelance di documentazione tecnica.

In occasione del venticinquennale del Macintosh abbiamo contattato Caroline, che ha gentilmente acconsentito a rispondere ad alcune domande parlando del suo lavoro come coadiuvatrice dello sviluppo di e per il computer “for the rest of us”.

Storie di Apple: Ci puoi raccontare come hai cominciato a lavorare per Apple?

Caroline Rose: Quando venni contattata lavoravo alla Tymshare situata a un isolato di distanza da Apple. Erano in difficoltà con una persona che non afferrava i dettagli tecnici laddove io non solo avevo esperienza di scrittura di documentazione ma anche di programmazione. Aveva fatto il mio nome una persona con cui avevo lavorato in Tymshare ed era poi passata ad Apple. Così il colloquio è stato molto rapido (ed il resto è storia ;-).
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P.A. Semi ed Apple: storia di un matrimonio rimandato

 Articolo pubblicato il 02/04/2010 che parla di Hardware,Lo sapevate che...,Personaggi 

Furono in molti a stupirsi quando nell’estate del 2005, sul palco della World wide Developer Conference (WWDC), Steve Jobs annunciò il passaggio dei Macintosh da processori RISC PowerPC di IBM ai Core Duo di Intel, evoluzione dei criticati e sbeffeggiati Pentium.

Logo della PA SemiLo stupore più grande in assoluto fu però quello di un gruppo di sviluppatori di microchip che nei giorni seguenti si aggirarono nei corridoi di Infinite Loop in preda a shock. Si trattava del personale della P.A. Semi, un’azienda di Palo Alto (da cui le iniziali nel nome) giovane e piccola ma con un pedigree prestigioso che stava collaborando con Apple su una futura evoluzione dei PowerPC.

Come riferì nel 2006 The Register, gli sviluppatori erano all’opera da mesi ed avevano unito le loro forze a quelle di Apple. L’obiettivo era quello di capire se Mac OS X poteva essere oggetto di un porting sui nuovi microprocessori della Semi. Quando arrivò la notizia che l’azienda di Cupertino aveva raggiunto un accordo con Intel, la sorpresa fu tanta e foriera di problemi: come affermò una persona informata dei fatti “la P.A. Semi ci contava proprio” e dopo il passaggio ad Intel “non avevano alcuna idea di cosa sarebbe successo”. Lo sapeva invece Apple, e molto bene, ma prima di arrivare alla conclusione facciamo un passo indietro.

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I fondatori di NeXT

 Articolo pubblicato il 01/06/2009 che parla di Personaggi 

Questa foto del 1986 ritrae Steve Jobs con gli altri confondatori di NeXT.
Si trattava di cinque collaboratori fidati che avevano dato le dimissioni da Apple per seguirlo nella sua nuova avventura.

1986: NeXT cofounders

Da sinistra verso destra abbiamo: Dan’l Lewin, Rich Page, Guy “Bud” Tribble, Steve Jobs, Susan Barnes e George Crow.

Dan’l Lewin in Apple ricopriva il ruolo di marketing manager del settore universitario e avrebbe avuto lo stesso ruolo in NeXT, che agli inizi si rivolse esclusivamente al mondo della ricerca. Lasciò NeXT nel febbraio del 1990 ed approdò infine in Microsoft dove da diversi anni ricopre un ruolo dirigenziale.

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La voce del Macintosh

 Articolo pubblicato il 26/02/2009 che parla di Lo sapevate che... 

Alla presentazione agli azionisti nel gennaio 1984 Steve Jobs non si limitò a mostrare le capacità grafiche del Macintosh ma anche quelle audio, facendolo parlare poco dopo averlo estratto dalla borsa in cui era nascosto.

Le sue capacità di sintesi vocale furono impiegate per alcuni paragrafi in cui il piccolo Mac salutò il mondo pronunciando con voce robotica parole piene di cordialità ed ironia.

Da allora il Macintosh ha avuto numerose occasioni di far sentire (letteralmente) al mondo la sua voce e in questi venticinque anni ha parlato, cantato e persino rappato in numerosi brani.

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Il segreto di un Keynote perfetto?

 Articolo pubblicato il 24/02/2009 che parla di Lo sapevate che...,Personaggi 

Steve Jobs Keynote notesI “Keynote” e in generale le presentazioni di Steve Jobs delle novità Apple sono un appuntamento imperdibile per utenti, appassionati e anche esperti di comunicazione pubblicitaria. Tra questi ultimi c’è chi ha addirittura consigliato lo studio e l’analisi dell’introduzione dell’iPod fatta nel 2001 quale lezione esemplare di marketing.

Tra i “segreti” dei Keynote oltre a una indiscutibile bravura personale, il famigerato “Reality Distortion Field”, c’è anche una gestione sapiente degli argomenti e dei tempi. Una presentazione, specie se composta da più punti e novità, è un meccanismo complesso e sarebbe ingenuo pensare che non ci sia una qualche forma di traccia. Ad esempio una scaletta, come quella immortalata almeno in due occasioni negli ultimi anni.

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Captain Crunch e Apple – Intervista a John Draper

 Articolo pubblicato il 04/12/2008 che parla di Hardware,Personaggi,Software 

Note: the interview is also available in english on Stories of Apple.net

John T. Draper, meglio noto come Captain Crunch è senza ombra di dubbio una delle figure chiave della storia dell’informatica e della telematica sin da quando, alla fine degli anni ’60 apprese che inviando un suono a 2600 Hz era possibile effettuare telefonate interurbane attraverso la rete telefonica Statunitense.

Celebrità e guai arrivarono contemporanemante con un articolo su Esquire nel 1971, in seguito al quale Draper venne contattato da un tale Steve Wozniak, ansioso di mostrargli la blue box che aveva costruito e capire come farla funzionare.

È nata così un’amicizia ed un rapporto anche professionale che dura ancora a distanza di più di 30 anni. In questo lungo periodo Draper, con le sue gesta, la sua curiosità e caparbia indipendenza ha avuto a che fare con Apple, la IBM ed ispirato direttamente ed indirettamente generazioni di smanettoni in tutto il mondo ad esplorare i sistemi ed a piegarli a fare cose nuove e proibite con pochi mezzi, ma tanta inventiva e entusiasmo. Lo stesso entusiasmo con cui, giunto in Italia ospite del campeggio tecnologico MOCA2008, ci ha raccontato alcuni episodi del passato e aggiornato sulle sue ultime imprese.

Captain Crunch chat 03Storie di Apple: Tu hai lavorato per Apple ad un’interfaccia telefonica per l’Apple II: com’è andata?
John Draper: Bisogna cominciare da come ho conosciuto Steve Wozniak. Mi contattò quando facevo il DJ in radio, alla KKUP e chiese se volevo venire a trovarlo e dare un’occhiata alla sua blue box. Voleva che gli mostrassi come usarla. Io ero molto sospettoso. Era un periodo in cui c’era un bust in corso, c’erano molti arresti e avevo paura che stessero cercando di incastrarmi. Così ho fatto in modo di andare a trovarlo senza avere con me nulla di compromettente e che non succedesse nulla di illegale. Quando sono arrivato Woz mi fece vedere la blue box che aveva costruito e non era un granché.
Il problema della sua blue box era che generava onde quadre invece che sinusoidali: in questo modo i toni non sono puliti. Sono di pessima qualità e chi l’avesse usata avrebbe generato una richiesta di assistenza in centrale perché non avrebbero accettato i toni.
Dopo essere diventati amici mi presentò Steve Jobs. Stava lavorando ad un computer a 6 bit al che io ho chiesto “Ehi, perché solo 6 bit?” Con 6 bit si è molto limitati e lui rispose che lo faceva “solo per provare che era in grado di creare un computer, ecco tutto”. Poi qualche anno dopo lavorando prima alla Apple I e poi all’Apple II usò un cross-assembler fatto da me. Lo avevo fatto perché stavano arrivando sul mercato tutti questi microprocessori e c’era bisogno di assembler per sviluppare il software.

SdA: Quali microprocessori?
JD: Il cross-assembler era per l'[Intel] 8080, lo Z80, il 6502, il 1802 e il 6800.
Lo feci su un sistema time-sharing system su cui c’era solo il Basic. Prendeva il codice assembler, ne faceva il parsing in opcode e poi l’output era in binhex (esadecimale) così che si poteva fare il dump su nastro.
SdA: Non si stampava?
JD: No, all’epoca per soli quindici dollari si poteva avere un lettore di nastri che venivano svenduti. E probabilmente lo stesso Gates inizialmente usò questo sistema in Microsoft attrezzandosi solo dopo con un sistema di sviluppo più robusto, chiamato Crust.
Wozniak stava lavorando all’Apple II e mi propose di progettare per loro una “charlie board”.

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