Il computer nello schermo

 Articolo pubblicato il 25/08/2015 che parla di Design,Hardware 

Alla fine dell’agosto 2004, Apple presentò il nuovo iMac G5. Philip Schiller, Vicepresidente del Worldwide Product Marketing dell’azienda, disse che tanta gente si sarebbe chiesta “Dov’è andato a finire il computer?”.

dovefinitoilcomputer

Il nuovo iMac era un capolavoro di miniaturizzazione tecnologica. L’intero sistema, schermo compreso, era spesso solo 5 cm, e non solo nascondeva l’unità centrale dalla vista dell’utente, ma nel pochissimo spazio a disposizione concentrava più potenza della precedente generazione di iMac.

iMac G5 inside

All’interno del (presunto) “computer desktop più sottile del mondo” c’era infatti un processore PowerPC 970 G5 da 1,6 o 1,8 GHz con un bus da 533/600 MHz, accompagnato da un processore grafico ad alte prestazioni NVIDIA GeForce FX 5200 Ultra con 64 MB di memoria video. Una bella accelerazione, se confrontato con le caratteristiche dell’iMac G4, equipaggiato di un processore G4 da “soli” 1,0/1,25 GHz, un bus da 167 MHz Bus Speed e con 32 MB of VRAM.

E laddove l’hardware del modello precedente era contenuto in una base semi sferica del diametro di 27 cm, l’iMac G5 era composto da un unico involucro appollaiato su di un piede di alluminio, un design nuovo ma che ricordava quello degli schermi Cinema Display.

iMac G5 family

Realizzato in policarbonato bianco, come gli altri prodotti Apple della linea consumer a quei tempi, il case rettangolare dell’iMac G5 era l’ultimo passo in un cammino iniziato nel 1984, e che sarebbe proseguito negli anni seguenti. Dotato di ventole ma silenzioso come un mormorio (meno di 25 dB), con un profilo sottile ed elegante, pochissimi cavi* e nessun trasformatore esterno, l’iMac G5 condivideva la stessa filosofia non solo del primo iMac (pensate allo spot “Un-PC”) ma anche del Macintosh originale: un personal computer facile da usare che occupasse meno spazio possibile sulla scrivania dell’utente.

Secondo Jonathan Ive, Vicepresidente dell’Industrial Design, il nuovo iMac era ispirato dall’iPod, e il materiale promozionale sottolineava le similitudini tra i due prodotti. Apple mostrava l’iMac vicino al walkman digitale, usava slogan come “Dai creatori dell’iPod” e descrizioni come la seguente:

“Vi piacerebbe racchiudere tutta la vostra vita — musica, foto, filmati, e-mail — in un computer divertente e utile quanto un iPod? Da oggi potete.”

Dai creatori di iPod

La strategia funzionò, e l’iMac G5 fu tra i primi Macintosh a godere del cosiddetto “effetto alone” dell’iPod, per cui l’entusiasmo per il lettore di musica giovava agli altri prodotti dell’azienda. Come da risultati trimestrali, nei mesi successivi Apple crebbe costantemente nel mercato PC, sia in termini di introiti che di percentuali di mercato, rubando utenti a Windows con nuovi iMac, a cui nel 2005 venne affiancato un Macintosh per “switcher”, il Mac mini. Ma questa è un’altra storia…

*scegliendo il modulo interno Bluetooth la tastiera e il mouse Apple Wireless, i cavi si riducevano a uno: quello di alimentazione.

Note: le immagini a corredo dell’articolo sono “courtesy of Apple” e tratte dal sito web e dal materiale promozionale dell’epoca.
Si ringrazia Serena Di Virgilio per la traduzione dell’articolo dall’inglese e per la correzione della bozza.

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2 commenti  


2 commenti »

  1. occhio che è “effetto volano”, non “effetto alone” (“Halo effect” come lo chiamava SJ)

    commenti by stivy — 26 agosto 2015 @ 5:21 pm

  2. Grazie per la segnalazione, che mi ha dato da pensare. Halo però vuol dire alone e vedo “halo effect” tradotto come effetto alone. Volano è flywheel, no? Mi sembra inoltre che l’effetto dei due sia diverso: uno “espande” il suo effetto in raggi concentrici e l’altro incrementa la potenza.

    commenti by Nicola D'Agostino — 31 agosto 2015 @ 2:23 pm

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